Quelle picconate alla cultura di Francesco Cossiga

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di Andrea Camaiora *
Il 17 agosto 2010 abbiamo perso Francesco Cossiga, una delle figure più significative della Repubblica. Cattolico liberale, non è stato solo uno degli uomini che più ha impersonificato nell’immaginario collettivo lo Stato (è stato, tra l’altro, ministro dell’Interno e della Difesa, presidente del consiglio e del Senato, infine presidente della Repubblica), ma anche una personalità dotata di una vivacità intellettuale unica nel suo genere.

Al di là delle memorie rituali, andrebbe ricordato per l’intolleranza all’ipocrisia, la capacità d’approfondimento e l’onnivora intelligenza, che lo rendevano in grado di leggere in sincrono i fenomeni culturali, sociali, politici, religiosi. E allora tutto si lega: Gladio e Nato, caso Moro e servizi segreti, Pci, Pcus e Concilio Vaticano II, Thomas More, potere e coscienza, il santo cardinale inglese J.H. Newman, le battaglie autonomiste, tra gli altri, di baschi, catalani, irlandesi. E molto altro.
Aveva ragione Paolo VI: Cossiga fu davvero “l’uomo più colto e intelligente della sua generazione”. Con un’inclinazione forse inaspettata per le arti, come ricorda l’amico giornalista ed ex parlamentare Piero Testoni. “La libertà di stampa – ha detto una volta Cossiga – è uno dei contrappesi al governo, come un tempo lo era il teatro. Corneille, Racine, Molière… i grandi re di Francia non hanno mai avuto il coraggio di mettere le mani sui grandi del teatro…”.

Una figura così particolare da stimolare vere e proprie ricerche. Sul linguaggio cossighiano, per dire, sono state fatte due analisi da parte di filologi, con l’aiuto di grandi società come IBM. Persino Bill Clinton mandò un esperto a studiare la sua tecnica comunicativa. ‎”Un uomo – prosegue Testoni – che era in particolar modo rapito dal fascino della scrittura, non solo per lo stile ma anche per costruzione e profondità dei testi. Un interesse che poteva accentuarsi per i gialli”. Simenon, certo, ma anche Ian Fleming. E, forse, a Mr. Bond il Grande Sardo avrebbe insegnato volentieri qualche tecnica da vero 007.
Di sicuro, Cossiga è stato un uomo fuori del comune che, nell’ultima parte della sua vita politica e terrena, ha deciso di ricorrere sempre più spesso ad affermazioni forti che, però, sono sempre andate dritte al cuore dei problemi. Un esempio con grande risvolto d’attualità? È il 3 luglio 2003, Berlusconi è stato appena oggetto di un virulento attacco da un oscuro parlamentare tedesco della Spd, Martin Schulz, e Cossiga, intervistato proprio su Il Giornale da Mario Sechi dice: “Ho telefonato a Berlusconi e gli ho dato la mia solidarietà di italiano, democratico, antifascista, e ‘atlantico’ per il provocatorio attacco dell’esponente del Reich germanico“. Sechi inquadra il ‘siluro’ lanciato dall’ex Capo dello Stato spiegando che Cossiga si sottrae al coro degli euroscandalizzati perché è un isolano che guarda il Vecchio Continente con gli occhi di chi ne conosce la storia e gli inconfessabili retroscena.
E in questa intervista Cossiga regala l’ennesima lezione a chi, da sinistra, specula sull’Italia per fare la guerra all’avversario politico di turno. “Non mi meraviglia affatto l’euro assalto. Da tempo vado denunciando una congiura mediatico politica a livello europeo nei confronti della presidenza di turno italiana, non solo perché incarnata da Berlusconi, ma perché italiana. L’attacco a Berlusconi – prosegue Cossiga – è un attacco all’Italia. Il Quarto Reich ci attacca perché siamo ostacolo all’egemonia franco tedesca. Le radici di questa avversione si devono ricercare in ciò che eminenti uomini politici democratici tedeschi e francesi mi hanno anche di recente ripetuto. L’Europa e l’Italia in particolare devono accettare l’egemonia franco tedesca senza cui, a loro avviso, rimarrebbe un vecchio continente allo stato confusionale. In questo contesto l’Italia è percepita come ostacolo a questa egemonia che è anche alla base della non meditata istituzione dell’euro. Si vede nella tradizionale politica italiana di un europeismo allargato al Regno Unito (fu sotto la presidenza del consiglio di Emilio Colombo che il Regno Unito entrò nella Comunità europea e con me presidente del consiglio Londra vide tutelati i suoi interessi nella comunità) un ostacolo a questa egemonia. Si vuole impedire chiaramente anche oggi – conclude il compianto presidente – che l’Italia riacquisti il ruolo perduto in questi ultimi anni nell’Ue”. C’è qualcosa che vi suona in qualche modo familiare e meno distante temporalmente da fatti avvenuti ben 11 anni fa?
Manca Cossiga, il ministro che si dimetteva per rispetto delle istituzioni ben prima che questa pratica iniziasse a farsi lentamente strada anche in Italia. Con lui vengono meno le provocazioni che abbiamo conosciuto negli anni più recenti. Quando pungolava Massimo D’Alema perché facesse il suo dovere di capo del governo italiano, schierando la nostra aviazione in Jugoslavia dalla parte della Nato (provocando così un enorme sconquasso a sinistra), quando sfotteva Veltroni – gatto Felix con le guance a borraccia e quando stimolava Berlusconi (“The other man”, mutuando l’espressione che i cittadini di Oxford usano per Cambridge, “the other place”) a far maturare Forza Italia, inserendola pienamente, come poi è avvenuto, nella grande famiglia del popolarismo europeo.

Manca Cossiga, con la sua richiesta ante litteram di un bipolarismo maturo, fondato su un fronte moderato di stampo liberal democratico europeo, che manca anche oggi, e una sinistra socialdemocratica che vedesse da un lato il superamento dei retaggi del corpaccione ex comunista e dall’altro la fine dell’ipocrita e velleitaria pretesa degli ex democristiani di sinistra di mantenere una qualche distinzione dai loro nuovi compagni di viaggio: Dario Franceschini si sarà sentito dire un migliaio di volte che al di là di ogni tatticismo avrebbe dovuto seguire la strada del cattolico francese Jacques Delors e costituire un partito con Bersani.

È stato rappresentato ingiustamente dalla sinistra alla stregua di un indegno Capo dello Stato ed è invece stato forse il nostro ultimo, grande presidente. Senz’altro migliore di Scalfaro e più rispettoso delle sue prerogative e dei suoi limiti di tutti i suoi successori. Quando, giunto al quinto anno di presidenza, iniziò ad alzare la voce, lo accusarono, dal Pci e dalla Dc, di aver perso la testa. Cossiga aveva ragione. E, prima di intervenire pubblicamente, aveva più volte, per anni, ammonito in privato i leader delle principali forze politiche, della necessità di rifondare le istituzioni e la politica in Italia. Dopo numerose sortite pubbliche, realizzate anche in forma di sketch con un inaspettatamente fortunato Chiambretti, Cossiga fece quanto in suo potere per scuotere la classe dirigente della prima repubblica. Scrisse alle Camere per sollecitare, profeticamente, la necessità di riforme istituzionali e alcuni mesi dopo, in anticipo rispetto alla fine del suo mandato, si dimise. Fu anche quello, in fondo, un grande atto di generosità e lealtà nei confronti della Repubblica.
* Autore de “Il brutto anatroccolo. Moderati: senza identità non c’è futuro” (ed. Lindau)

 

16.08.2014