Il folk anti-folk di Mujura

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di Domenico Marcella

Mujura prende artisticamente le distanze dagli altri cantautori folk. L’artista calabrese (alias Stefano Simonetta, di Roccella Jonica), caso singolare se non unico, non guarda nostalgico al recupero della tradizione: “Ho iniziato a interessarmi alla musica popolare 15 anni fa” racconta il cantautore a ilgiornaleoff.it “Però, ho capito che in Italia c’era una forma di riverenza che – per una serie di meccanismi culturali – ci porta ad accettare tutto della musica popolare, anche se, diciamola pure, nel popolare ci sono anche cose molto brutte. Un musicista deve avere la capacità di filtrare e di scegliere in base alla propria formazione».

La “mujura” – che in Calabria richiama a un cielo sospeso fra il temporale e il sereno – ha ispirato il progetto e l’album: «È una sorta di limbo meteorologico che diventa uno stato di mezzo esistenziale, in linea con la condizione che ho vissuto». Un artista insicuro? A dispetto del nome evocante incertezza, il progetto Mujura è uno sguardo feroce sulla Calabria che togliendo etichette folkloristiche e moralismi racconta la contemporaneità.
Per esempio, non mancano gli attacchi al brutto che azzanna il bello. Già dalla copertina dell’album con l’immagine di una carcassa ferrosa imprigionata da una ruota di fichi d’india: «O rivalutiamo il brutto – tollerando i piloni e le case abbandonate, ri-forgiando la nostra identità nelle sgangherate esperienze urbanistiche – oppure cominciamo a essere attenti al territorio. Si parla tanto di rivalutazione e io, da cantante folk, canto la tradizione dell’ecomostro che è diventata ormai consolidata».

Mujura non trova neppure rifugio nelle operazioni d’immagine a promozione turistica: «La bellezza naturale della Calabria non è una caratteristica che deriva dal lavoro umano. Non si dovrebbe parlare delle bellezze della Calabria ma della feroce abilità con cui le hanno distrutte». Cantare all’ombra del’Aspromonte, nella zona arroventata da cronaca negli anni Ottanta, può essere un atto ribelle? «A volte le mie canzoni hanno a che fare con il giornalismo e l’amnesia antropologica. Il brano “A crapa”, per esempio, conduce proprio verso l’Aspromonte degli anni Ottanta intriso da faide efferate e sequestri di persona». Mujura per l’imminente futuro ha una certezza: «La lingua con la quale mi sono espresso fino a poco fa era il dialetto. Ho cercato di giocare con le parole nei loro diversi significati – tra ricerca e non-sense – ma credo che questa esigenza si sia un po’ affievolita. Nel mio secondo album in lavorazione, canterò in italiano, restando fedelmente ancorato al folk».

Fotografie di Adelaide Di Nunzio