E finalmente anche il “bene comune” è stato rottamato

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E finalmente anche il Bene Comune è stato rottamato , almeno nelle intenzioni. La battaglia in nome dei veri lavoratori dello spettacolo che ho lanciato circa due mesi fa dalla pagine di questo giornale sta dando i suoi frutti. Non metterò il cappello sulla liberazione del teatro più antico di Roma perchè non voglio strumentalizzare questo agognato momento come stanno facendo molte istituzioni che hanno condiviso segretamente l’occupazione con i comunardi trattandoli come delle marionette da manovrare. Preferisco che leggiate l’opinione di una giovane, non ancora trentenne, non drogata da false ideologie e qualunquismi militanti che ci racconta il suo punto di vista senza nessuna sovrastruttura. Da qui bisogna ricominciare, creando una nuova mentalità che dalla Cultura rilanci un paese allo sbaraglio. Avevo promesso “Liberiamo la Cultura”, questo è un primo passo. Quindi, caro assessore Marinelli e caro Teatro di Roma noi verificheremo che il passaggio avvenga senza nessuna ingiustizia ed irregolarità. Siamo dalla parte degli artisti italiani, quelli che nessuno vi racconta, però.

Edoardo Sylos Labini

Alle ultime elezioni non ho votato, ma sono andata a messa: volevo fare qualcosa che mi riguardasse. Credo in Dio? Purtroppo no, ma in qualche modo sento che mi appartiene e che io appartengo a lui. Laicamente inteso, in fondo, Dio è un bene comune. La nostra migliore opera d’arte. Il nostro più riuscito esperimento d’integrazione.
Subisco il fascino inclusivo delle chiese e della loro funzionalità rituale: mi trascina, mi fa sentire coinvolta, spesso addirittura chiamata. È un’irresistibile catarsi, molto simile a quella che offre – o dovrebbe offrire – il teatro.

Sono nata a metà degli anni Ottanta: le cose in cui mi è stato insegnato a credere sono nettamente inferiori a quelle in cui mi è stato insegnato a non credere. Continuo a pensare che sia una fortuna: la tabula rasa ideologica della mia generazione è uno spazio ancora da fertilizzare. Meglio fertilizzare che bonificare. Meglio non avere idee che averne di cattive.

Fedele alla mia apatica diffidenza generazionale, al teatro Valle, nei suoi tre anni di occupazione, non ci ho mai messo piede. Poi, complice il bombardamento mediatico sulla faccenda, mi sono decisa ad andarci: volevo capire se la cosa mi riguardasse effettivamente. I comunicati stampa, le locandine che tappezzano mezza Roma (e tutto il Pigneto) e le lettere aperte che da qualche settimana imperversano su radio, tv, giornali, social network e cavalcavia, dicono che sì, mi riguarda, perché sono una cittadina e perché la Fondazione che ha preso in mano l’immobile (nel pieno centro di Roma, dove la Grande Bellezza rincara assurdamente anche un cappuccino) si chiama Teatro Valle Bene Comune. Allora ho pensato a Dio, il bene comune per eccellenza, al fatto che mi chiama e mi coinvolge anche se non credo esista. Ho pensato che, poiché il teatro esiste, avrebbe magari potuto risultarmi ancora più facile sentirmi partecipe, inclusa, fattiva. Mi sono imposta uno sforzo enorme per abbattere il fastidio che mi provoca il fatto che gli occupanti del Valle non pagano utenze, contributi, diritti d’autore, affitto e tutte quelle tasse che, per gli altri teatri, sono un cappio al collo con cui fare i conti giorno dopo giorno. Gli occupanti del Valle sono evasori fiscali, abusivi, clandestini. Nel mio minuscolo ordine morale, rimpicciolito dall’essere nata negli anni Ottanta, un diritto si compra sempre con un dovere. Mi dispiace molto se ho una morale così aziendale: mi piacerebbe se qualcuno me la demolisse. Ho dato questa chance al teatro Valle (anche perché – lo ammetto – avevo letto un tweet di Luca Argentero, che si dichiarava a favore dell’occupazione: speravo di incontrarlo lì a lottare, ma non c’era).

Prima restrizione di libertà: mi sono vestita da quindicenne in autogestione. Ma l’ho fatto per un riflesso condizionato, di cui mi assumo la responsabilità. Quando sono arrivata, in preda al travaglio interiore, mi sono resa conto che avevo fatto bene: con un paio di sandali gioiello mi sarei sentita come un membro del Ku Klux Klan nel Bronx. Anche solo questo basta a smentire la dicitura “bene comune”. A messa o in un qualsiasi altro teatro, con un paio di sandali gioiello addosso, non mi sono mai sentita fuori posto, ma accolta. L’accoglienza non è un convenevole rituale, ma un’atmosfera. Nessuno striscione che inneggia alla bellezza e al collettivismo (e al Valle ce ne sono diversi, appesi tutti con grande maestria e senza voragini nell’intonaco) crea più inclusione di una presenza variegata, trasversale. È il tipo di presenza che crea l’atmosfera ospitale che pertiene agli spazi pubblici. Il Valle okkupato, invece, non è uno spazio pubblico: è un salotto, usurpato e scroccato, completamente privato, dove è in corso una festa privata in costume. Chi non rispetta il dress code, è fuori. Non che lo caccino, ci mancherebbe altro, ma si sente escluso pur stando dentro, che è peggio.

Io mi sono sentita irrimediabilmente fuori. Irrilevante nell’irrilevanza. Tradita. Trasparente. Menzognera tra menzogneri. Sfruttata (le bollette del Valle le paga il comune di Roma con le mie tasse). Giovane vecchia tra quarantenni con le nostalgie di sessantenni. Trentenni non pervenuti: tutti al mare o a casa a guardare serie tv, molto più capaci di farli sentire ancorati alla realtà, e di fertilizzare quella tabula rasa generazionale.

Poco prima di scappare dalla cena (“c’è il cous cous vegetariano per tutti!”, tanto per non sfatare i clichè) seguita alla ennesima “assemblea pubblica” in cui uno sparuto gruppo di occupanti, negli ultimi giorni, si è dato appuntamento quotidianamente per decidere se e come resistere allo sgombero, dicendo cose tipo “omologazione” e “alternativa creativa”, mi sono accorta di un paio di dettagli agghiaccianti. Sulle scale che portano alle gallerie del teatro, su ogni gradino c’è un adesivo: no alla violenza; no al razzismo; no al sessismo. Così ogni passo è una coazione a ripetere, una ineluttabile firma ideologica, l’assunzione di una posizione politicamente corretta. L’esatto contrario della catarsi. Molto meglio andare a messa. Dieci, cento, mille volte. Sgomberatelo subito, quel Valle: non ha nulla da dire, non ha nessuno da includere.

13 Commenti

  1. Il punto non è solo l’illegalità dell’occupazione. Il punto è anche il contenuto. In questi tre anni di quali spettacoli notevoli svoltisi in quel luogo abbiamo letto? Di pochi. In compenso si è letto continuamente di esperimenti di autogestione, di presenze politche, di riunioni su riunioni, di devastanti discussioni di metodo. Quasi sedute di autocoscienza di un popolo e di una cultura che non hanno più molto altro da dire, a quanto pare. Segno che l’occupazione ha avuto uno scopo prima politico-identitario, e solo in secondo ordine artistico. Mentre in un teatro ci si vorrebbe vedere innanzitutto del buon teatro, fatto bene, vivaddio. Grande pezzo, dunque, giustamente demistificante (dietro al tono ironico) quello della Sciandivasci.

  2. Ma di cosa parliamo? Su, dai, per favore. Vi prego, almeno una volta siamo seri.
    Caro Edoardo, di gente che fa un lavoro serio intorno a questa e altre questioni ce n’è eccome. Io sono davvero personalmente e professionalmente offeso dal contributo che avete pubblicato.

    • Esistono opinioni diverse al di fuori del vostro personalissimo Bene Comune , il mondo del teatro fortunatamente non è ancora tutto omologato. Abbiamo un nostro preciso punto di vista ma rispettiamo il lavoro di tutti

  3. L’articolo è bello e lucido. è evidente che la cosa di Argentero e dei sandali era ironica. Il punto sono i fessi che occupano per il solo gusto di sentirsi dentro un ’68 perenne e ignorare il peso della loro irrilevanza politica e soprattutto artistica. Paragonati a loro, i fessi che fraintendono l’ironia marginale coi punti cruciali degli articoli e si abbandonano a vuote tiritere sono acqua fresca. Caro Giorgio, ne fossero come lei.

    • Caro Baghdad, che analisi approfondita e per nulla qualunquista. E’ sempre utile il ’68 nelle critiche qualunquiste. L’articolo, come lo chiama lei, ha messo al centro i benedetti sandali, e mi dispiace per lei ma di ironia non vi è traccia alcuna, ahimè. Speravo che Dio bene comune fosse ironico ma, a differenza di qualche altro fesso, io so leggere. Vede, a me piacciono i fessi che sanno di cosa parlano ma qui vedo solo pre-giudizio. Anche lei, ne sono certo, è di quelli intelligenti che al Valle non hanno messo piede in 3 anni.

  4. Caro Edoardo, ormai lei ha superato di gran lunga la soglia del ridicolo. Dire che sta dalla parte di quelli che “nessuno vi racconta” per quanto riguarda il Valle è osceno. Lei sta dalla parte de i Lavia, per citarne uno, che a mio avviso hanno una enorme responsabilità nello sperpero di denaro pubblico (altro che bollette) e decadenza del teatro italiano… E poi l’opinione della piccola fan di Argentero è vergognosa. In tre anni non ha mai messo piede al Valle (come lei del resto, caro Edoardo) e poi ci va e ci parla di sandali gioiello??? Gli altri teatri sono inclusivi perché la signorina non si sente a disagio con i sandali gioiello??? Ci parla del cous cous e di adesivi?? E il teatro?? Le attività teatrali?? Le assicuro che io entro al Valle con la mia camicia Prada e scarpe Lobb e, non vengo accolto con grazia ma le signore presenti sfoggiano abiti ben più importanti (se la mettiamo su questo piano ridicolo). E’ meglio che se ne torni a messa, sono d’accordo.
    Il giornalismo serio è un’altra cosa.

    • Caro Giorgio, se ama il teatro veramente faccia qualcosa di concreto come facciamo ogni giorno noi su queste pagine per i tanti teatranti sconosciuti in giro per l’Italia. Non esistono solo gli ex occupanti del Valle. Porti rispetto per il nostro lavoro e per le opinioni diverse dalle sue. Non chiediamo certo che lei sia d’accordo ma porti rispetto del lavoro di tutte le persone che nella legalità lavorano su questo sito. Cordiali saluti

      • Caro Edoardo, invece di rispondere ai miei argomenti mi dà del maleducato? In cosa le avrei mancato di rispetto? Lei non mi conosce e non sa cosa io faccia di concreto ogni giorno per il teatro. E’ vero non sono d’accordo con la sua idea di teatro probabilmente ma questo non vuol dire mancare di rispetto. Argomenti la sua posizione piuttosto, a questo serve la sezione “commenti”. Cordiali saluti

    • Caro Giorgio,
      sono la “piccola fan di Argentero”. Le sue parole sono così indisponenti e maleducate che meritano solo appunti di stile. Per quanto mi riguarda, quindi, lei non ha diritto a una risposta di sostanza (non che la cosa le interessi: è tanto chiaro quanto legittimo). Le consiglierei, tuttavia, di unirsi a me nell’andare a messa: capirebbe qualcosa in più dell’esegetica, visto che le risulta tanto difficile cogliere l’ironia di alcuni miei passaggi. Di un’altra cosa vorrei rassicurarla: i sandali gioiello non li indosso. Purtroppo ho un principio di alluce valgo e siccome rispetto reverenzialmente il senso estetico altrui, non espongo le mie deformità, in chiesa come a teatro. Cordialità.

      • Cara Simonetta, purtroppo è proprio la sostanza che manca al suo pezzo. Non so cosa faccia nella vita ma il teatro è una cosa seria. Non è colpa sua comunque, in quanto, in altro contesto, il suo pezzo poteva anche risultare carino. La colpa è di chi ha dato rilievo al suo pezzo su questo giornale, in questa sezione, nell’ambito del dibattito in corso. Cordiali saluti

        • Caro Giorgio , dopo un assemblea in streaming terminata solo questa mattina abbiamo deciso di ospitarla in una rubrica dedicata a come si fa il teatro. Aspettiamo fiduciosi di trarre i suoi preziosissimi insegnamenti. Prendo umilmente congedo.

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