L’Italia vista dall’Antoniano

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Nei cortometraggi di Vito Palmieri tutta la delicatezza dell’infanzia

di Ferruccio Gattuso

La delicatezza dello sguardo, calato in storie semplici dove il senso si conquista immagine dopo immagine, fino al capolinea di un finale “a sorpresa”. È il cinema – essenziale e al contempo poetico – di Vito Palmieri, regista di cortometraggi e documentari, classe 1978, nato a Bitonto, in Puglia, emigrato a Bologna e qui adottato da una città che, sono parole sue, “non impaurisce e non ti ostacola quando devi realizzare i tuoi primi set”. Perché i suoi primi set Vito Palmieri li ha costruiti come studente del Dams, dove approdò nel 1997 già affamato di cinema.

Nel 2004 la laurea in filmologia e già due anni dopo, con il corto “Tana libera tutti”, finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, un’importante candidatura ai David di Donatello. Questo corto si è aggiudicato, nel tempo, oltre 50 riconoscimenti, tra i vari festival italiani e internazionali, segnalando da subito alla critica e al pubblico cinefilo la particolare “firma” del regista pugliese: quella che lo vede raccontare con intensità e rispetto il mondo dell’infanzia. Un luogo comune dice che fare cinema coi bambini non sia facile, ma Palmieri afferma: “Fare e pensare cinema con loro porta genuinità: bambini e adolescenti sono immediati, fanno le cose istintivamente. Nelle storie adulte interferiscono naturalmente le riflessioni, ogni decisione è filtrata da molti aspetti”.

Così, Palmieri (“anche per un motivo semplice: ho insegnato cinema alle scuole medie e ho collaborato con l’Università di Bologna”) ha realizzato in questi anni opere come “Anna bello sguardo” (2012), storia infantile che si intreccia con un commovente omaggio a un personaggio simbolo di Bologna come Lucio Dalla e un documentario dal titolo “Il Valzer dello Zecchino” (2011) nel quale il giovane regista racconta uno spaccato dell’Italia contemporanea da nord a sud attraverso le eliminatorie del concorso canoro più celebre per bambini, lo Zecchino d’Oro. “A Bologna abitavo giusto di fronte all’Antoniano – spiega Palmieri – e vedevo gruppi di genitori e bambini raccogliersi di fronte al portone. Volti, classi sociali e storie che, ho pensato, potevano raccontare molto di questo nostro paese così variegato. Ne è nato un ritratto un po’ malinconico”.

Il suo ultimo lavoro, “Matilde” (2012), corto sul tema della sordità realizzato con un cast di attori non udenti, si affida allo sguardo intenso di una bambina (Matilde Da Silva) per raccontare le difficoltà a scuola quando i rumori sono vibrazioni che tendono tranelli alla comprensione. “Matilde” è stato selezionato alla Berlinale 2013 nella sezione Generation e ha vinto il premio come miglior corto Tiff Kids al Festival di Toronto. Fare cinema in Italia, però, non è sempre facile: “Ogni tua storia deve passare dai compromessi: l’ambientazione dipende dalla ricettività delle film commission, come quelle di Puglia e Trentino”. Palmieri oggi punta a un lungometraggio (“sono in fase di scrittura, parla delle difficoltà sul lavoro dei giovani oggi”) e in più sta completando un documentario dal titolo “L’ultimo proiezionista”: “Attraverso un vecchio professionista -spiega Palmieri – racconto il passaggio dalla pellicola al digitale nelle sale”.

 

 

27.07.2014