Elisabetta Tulli, colorata, caciarona, amara. Come Roma.

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Quell’attrice che sarebbe piaciuta a Gigi Magni

di Francesco Sala

C’è un piccolo teatro sulla Tuscolana che omaggia Jacques Copeau e siccome siamo in periferia a Roma, per pronuncia, sintesi e praticità, diventa Kopó.

Anche Gigi Proietti ricorderà che durante il suo famosissimo recital “A me gli occhi”, qualche spettatore gli chiese: “Tutto bello, ma che vor di’ please?”. Stesso effetto quando vi furono le affissioni della prima campagna del Partito Democratico. In periferia si domandavano il senso dello slogan: I Care, pronunciandolo come si scrive: Icare!

In questo piccolo e coraggioso teatrino di cinquanta posti, si faceva fatica a prenotare per assistere all’ultima fatica di Elisabetta Tulli: “La storia di Giulietto, de Marisa e della mano in chiesa” che si richiama elegantemente alla romanità e alla tradizione musicale capitolina. È la rivelazione di questa attrice, nativa di Civitavecchia che sarebbe sicuramente piaciuta a Gigi Magni per la sua chiarezza e maestria; il suo spettacolo alterna sapientemente momenti farseschi, divertenti caratterizzazioni di storie de cortello, a drammi, poesia lunare, sentimenti.

Roma è proprio come Tulli la tratteggia: picaresca, colorata, amara, caciarona, zeppa di contraddizioni che sfuggono a precise definizioni. Vengono raccontate con ironia antiche usanze, detti popolari, proverbi, o la serenata sotto la finestra, eseguita finché la fanciulla non dava conferma, o il genitore infastidito non scaricava da sotto la finestra il proprio pitale sotto il musicante.

Nel 1894 venne stampata la canzone di E. Alberini per canto e mandolino che faceva così: “Coraccio nero! Manco te sei accorta/ che mme ce so’ persino consumato/Iersera a mezzanotte so’ passato/ e tte venni a bussa’ puro a la porta!” Alla fine della rappresentazione la piccola sala del teatro Kopó rimbombava di fragorosi applausi diretti a a questa bravissima interprete.

 

13.07.2014