Marino, hai voluto la bicicletta? Pedala!

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Ma che vergogna, ma che imbarazzo. Roma, la città che contiene il più grande patrimonio di beni culturali del mondo (ma è come se non li avesse) non ha un assessore alla Cultura da quasi due mesi e sui giornali impazza il toto-assessore. Montesano dice vengo io, personaggi di seconda fila si offrono, anche gratis. E intanto il sindaco di Roma Marino, imperterrito e anche impudentemente sorridente, seguita a girare la capitale in bici sostenendo di costituire lui stesso un’attrazione cittadina, salvo l’inconveniente di quelli che gli si attaccano al manubrio e non lo mollano finché non gli hanno spiegato per filo e per segno le dimensioni della buca sotto casa.

Roma, purtroppo, la nostra amatissima Roma – io ci sono nato e ho vissuto sempre qui salvo un paio d’anni a New York – comincia a fare veramente schifo: immondizie abbandonate, fondo stradale sconnesso e la zona del massimo struscio turistico è diventata una trappola perché i sanpietrini sono diventati trappole su cui specialmente le turiste donne cadono e si massacrano a causa dei tacchi, anche bassi. Tutto quel che si vede è degrado e abbandono, i tracotanti centurioni che impongono foto da luna park, le bande del teatro Valle okkupato che sciamano nelle stanze dell’assente assessore alla Cultura, mentre lo stato dei Musei non è minimamente paragonabile a quello delle altre capitali europee e alle maggiori città americane.

In una città come Roma – e questo lo riconosce perfino il neurologo Marino – l’assessore alla Cultura ha un rango paragonabile a quello di un ministro. Ma non c’è e non viene sostituito. Una volta in questa città c’era il sindaco comunista Argan, che sarà pure stato comunista ma era una delle personalità fondamentali e autorevoli della storia dell’Arte europea.

La colpa è anche del governo: ha un bel rimbrottare il capogruppo PD al Senato Zanda, che Marino dovrebbe raddrizzare la schiena e dare segnali finalmente importanti. Con quale coraggio? Il ministro stesso dei beni Culturali, Franceschini – che pure è uno stimato scrittore molto letto in Francia – non dà segnali. Intendiamoci: avere quella responsabilità sulle spalle non una cosa da poco, visto che da decenni, anzi da cinquantenni, a Roma si gestisce soltanto una ottusa burocrazia, un conflitto fra sovrintendenze, uno scempio per cui se Renzi fosse quel che vorrebbe far credere di essere per prima cosa dovrebbe tagliare il nodo gordiano delle pastoie burocratiche, delle gelosie tra funzionari, delle incompetenze, dell’abbandono accidioso cui viene abbandonata la città che un tempo veniva chiamata Caput Mundi.

Parliamoci chiaro: Roma non è di fatto capitale di niente quanto a cultura. Oggi. Un secolo fa per le vie di Roma si pestavano i fan di Debussy con quelli di Stravinsky, i futuristi sciamavano, si ammassavano le code davanti al Costanzi (oggi Teatro dell’Opera), Picasso si rifugiava a via Margutta per dipingere l’Italienne e i primi Arlecchini, senza dire poi dell’enormità , del trionfo dell’arte a Roma fra le due guerre quando crebbe la cosiddetta scuola romana suddivisa in tutte le sue branche e conventicole, mentre Roma – fra l’altro la Roma fascista in cui Mussolini – lo racconta molto dettagliatamente Fabio Benzi nel suo splendido “Arte in Italia fra le due guerre”(Bollati Boringhieri) – pagava di sua tasca le gallerie e le esposizioni dei giovani pittori d’avanguardia che competevano a Parigi e più tardi anche a New York. Va ricordato anche che, caduto il fascismo, tutti i pittori fascisti – salvo Mario Mafai in crisi progressiva e Carlo Levi che non fu mai fascista – presero la tessera del PCI, costringendo Togliatti a spedire Antonello Trombadori a ricostruire il loro passato.

Vecchie glorie? Ma Roma seguitò ad essere il centro dell’arte anche nel dopoguerra e io adolescente mi deliziavo a visitare tutte le mostre, le gallerie, i buchi in cui a Roma si scolpiva e dipingeva fino alla fine degli anni Settanta. Oggi ci restano colonne cadute degli archi cadenti, buche per strada e un tasso di visitatori ridicolo: a Roma vengono soltanto un milione e mezzo di persone. A Berlino, città ricostruita dopo la guerra, cinque milioni. A Dubai, città nata dal nulla, nove milioni. L’accoglienza manca. Manca un raccordo fra turismo e cultura. Manca una strategia, una visione, un progetto, un’audacia per fare qualcosa che non sia soltanto andare e risistemare – opera encomiabile – il Portico d’Ottavia nel Ghetto romano.

Manca tutto, cioè manca la buona politica, ma abbiamo il sindaco in bicicletta che fa lo scemo nelle interviste ridacchiando sui romani che lo fermano per strada. Sarebbe ingiusto caricare sulle sole spalle di Marino il peso del fallimento della cultura romana come se dipendesse tutto soltanto da lui. Ma a lui dobbiamo rimproverare quel tono approssimativo, quella risatina allargando le braccia, quella fondamentale mancanza di palle che un sindaco come quello di Roma dovrebbe avere. Come disse quel tale al Schettino: Sindaco! Cazzo! Torni al suo posto e dia a questa città un responsabile della cultura degno di questo nome e rottami quel maledetto velocipede che le impedisce di pensare.

08.07.2014