Okkupano tutto. E i magistrati stanno a guardare

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di Giuseppe Mele

Il Teatro Valle Okkupato cambia verso. Fa notizia, perché piace sempre meno. A Roma però l’abuso perpretato sul teatro settecentesco sta al centro di una decina di teatri e cinema occupati,  a loro volta incorniciati da un corteo di 100 palazzi occupati a scopo abitativo. Si tratta di un abuso sistematico, rappresentato giorno dopo giorno da consiglieri municipali e comunali, da deputati e baroni universitari, da star e starlette della Tv pubblica e delle istituzioni culturali. Un abuso così si fa abitudine e poi non bada più alla differenza tra i costi illeciti (3 milioni del Valle Okkupato, 10 milioni degli altri teatri, 100 milioni delle case occupate) e le tasse di un sistema fiscale ritenuto altrettanto illegittimo ed onnipotente.

Restano per gli uni e le altre rabbia e rassegnazione. Si possono ricordare il Teatro del Lido di Ostia, via delle Sirene 22 ed il Teatro Volturno nell’omonima via, occupati rispettivamente da 4 e 10 anni. Più divertenti le vicende dei teatro cinema Palazzo in piazza dei Sanniti e della balera all’aperto Angelo Mai alle Terme di Caracalla, dove regolari sentenze hanno benedetto l’esproprio dei legittimi proprietari, per la gioia del ratto della Sabina. A parte il Sale Docks (Signs&Lyrics Emporium) veneziano, ai Magazzini del Sale di Dorsoduro, occupati dal 2007, l’esempio romano ha influenzato l’ondata di occupyculture del 2011-12, da Venezia a Milano, da Pisa a Napoli ed alla Sicilia.

Il Centro ricreativo dell’Ospedale a mare Regina Margherita a Lido di Venezia, S.Niccolò, chiuso dal 1975 divenne il bene comune Marinoni, Dopo ben 4 tentativi il collettivo Macao di Milano, con tutti gli aiuti del caso, conquistò l’ex Macello Ortomercato di viale Molise 68, di proprietà della società comunale Sagemi. Anche a Pisa l’occupazione biennale del Teatro Rossi Aperto di via Collegio Ricci 1° venne ben agevolata. (C’è sempre una prima volta, diceva lo zio aprendo al nipote la porta dei misteri del bordello). Sorsero i fortini occupati siciliani del teatro Coppola di Catania, del Garibaldi di Palermo e del Pinelli di Messina, mentre a Napoli solo le bizze del sindaco guaglione hanno chiuso l’esperienza dell’ex asilo Filangieri. Nella storia l’occupazione non è cosa da poco , ma tragedia e giustizia.

L’occupazione del suolo patrio voleva la libertà dallo straniero. L’occupazione delle terre e delle fabbriche voleva quella del lavoro. Anche l’occupazione scolastica simbolicamente voleva quella della conoscenza. L’occupazione abitativa oggi mischia problemi seri con l’uso politico della piazza e la mobilitazione di un esercito di clandestini inconsapevoli. Invece l’occupyculture è quasi solo farsa. La teoria de “Il bene comune”, di Mattei, ipocritamente nasconde la disperazione dell’estrema sinistra cui la carenza di voto popolare ha sottratto soldi, prebende e posti. Vuole mantenere in vita un dominio culturale morente, confondendo il serio problema dello sbocco profittevole del lavoro culturale con la mera estorsione.

Non tutte le occupazioni sono uguali. Spazi Docili a Firenze, che più che occupare, studia il fenomeno, osserva: “Pezzi di città abbandonati, negletti, ignorati, edifici storici murati, giardini monumentali divenuti terra incolta, strutture industriali fatiscenti, luoghi di cultura lasciati morire. Noi non guardiamo tali spazi; sono loro che ci scrutano, ci imbarazzano e ci schiacciano.” Salvare strati diffusi, spesso umili di tanta cultura non è cosa di mercato, ma di volontariato grande e piccolo che può  recuperare luoghi abbandonati o bloccati dall’imperizia delle Sovrintendenze e dalla litigiosità delle parti. Tante occupazioni culturali però sono bar & bed & breakfast in piena evasione fiscale e igienica. Si pensi al Rossi pisano bloccato da un’invasione massiva di gatti, da risolvere ovviamente nel pieno rispetto dei diritti animali.

Difficilmente ci si oppone al recupero di magazzini salini, ospizi marini e mercati ortofrutticoli, tranne che non si vengano a trovare a due passi dal Festival del Cinema di Venezia o in aree di valore immobiliare. Guarda caso, gli occupandi prediligono il 700, dal Valle, al Rossi al Palazzo Citterio. Ghiotte rendite politicoeconomiche, utili a pareggiare i conti con i giornali chiusi, gli spazi tv ridotti, i minori spazi partitici. L’occupyculture droga i suoi giovani (non sempre tali) adepti con l’illusione di una solidarietà collettiva che non c’è. Il leader  sistema sempre solo se stesso. La portavoce del Valle, rampolla di schiatta Rai, ha avuto il suo posto apicale al Comune di Roma. La leader del Macao milanese è divenuta assessore alla cultura della giunta Pd nella natia Casale di Monferrato. Chi ha il posto fisso urla a favore del precario e fa il doppio lavoro al teatro occupato.

Anni fa il comico Celestini arringava l’assemblea romana dei call center di via Labaro, oggi chiusa mentre ad Ascanio finanziano i film. Nulla di nuovo sotto il sole. Il teorico ipocrita ha la sua musa, la nipote di Basaglia, quello della chiusura ieri dei manicomi criminali e  degli Opg dal 2015. Nell’isola di Stromboli, tra  vacanze quirinalizie ed  ecologia, la basaglina ha magnificato la rivolta dell’occupy, nuovo elogio alla follia. Nell’occupazione fallita del grattacielo Torre Galfa, i macoisti milanesi quasi la presero in parola con lo striscione «Si potrebbe anche pensare di volare”. Che fossero pazzi non ci credeva nessuno. Il grattacielo era dei Ligresti, contro i quali si sono avventati i furbi. Oggi al Macao vanno avanti grazie al bar ed alle stanze in foresteria; rivendicano lo status di professionisti e tirano dritto: “Non siamo mica degli sfigati”. Quasi un’elogio alla normalità.

 

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24.06.2014