Le moto Pop Art di Charlie Gnocchi

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Un sogno che diventa realtà

di Paolo Fontanesi

La prima domanda che si pone chi osserva queste opere di pittura e disegno, riguarda la rapidità della loro esecuzione. Sono immediate, nette. Catturano lo sguardo dell’osservatore: per i colori accesi, di stampo pubblicitario, per le linee curve, semplici e chiare. Che permettono a chiunque di sognare una moto, che è il tema conduttore di tutta questa serie, denominata Moto-Moka.

Il mezzo può essere reale o irreale. Vera, verrebbe da dire, o giocattolo, poca importa. Ma fanno sognare. Eppure nella loro semplicità queste opere non cadono mai nel banale. Non hanno nulla a che spartire col graffitismo usa e getta. Si ispirano piuttosto al fumetto, meglio ancora alla Pop Art. All’idea della riproducibilità in serie, alla serialità appunto, pur mantenendo il privilegio dell’opera unica, numerata e firmata. Ciò che colpisce è la velocità, l’impressione di un dinamismo che richiama i fotogrammi delle pellicole cinematografiche e fotografiche d’altri tempi.

L’impressione è giusta. Ce lo conferma il più delle volte la tecnica utilizzata: l’acquerello. Anch’essa una tecnica veloce, sbrigativa, fresca, per l’alta percentuale d’acqua che compone il colore. Il contorno delle forme, ad inchiostro o a pennello, nel caso in cui l’artista utilizzi l’acrilico, permette di far correre ancor più in fretta, lo sguardo sulle forme, sulle curve, sui fanali abbaglianti delle moto da corsa. L’originalità del segno, sta nella scelta di Gnocchi di voler ritornare a rappresentare la velocità, nell’era del web, con immagini, giocattolo, che riecheggiano miti quali: la Moto Guzzi, la Guazzoni, passando per la Triumph, la Honda, al femminile perché la moto è come una bella donna, e l’Aermacchi.

«Me le ricordo tutte bellissime, ma molto scassate» ha precisato più volte l’artista. Si riconoscono tutte queste mitiche fuoriserie, nonostante il tratto sommario che caratterizza l’opera di Gnocchi: la Guazzoni Matta da competizione, la Laverda SFC Brettoni, la Morbidelli, insieme con alla MotoBi e la Moto Guzzi Le Mans. Ciò che risalta sono alla fine questi corpi roboanti in movimento, quei pezzi staccati che se ne vanno fuori dal foglio o dalla tela, e che rappresentano una ribellione giovanile propria della velocità intesa alla D’Annunzio.

Henri Michaux affermava che la velocità “che non si deve perdere” è proprio quel desiderio onnipotente di “simultaneità” tipico del bambino: «I piccoli consegnano alla pittura spazi liberati dallo Spazio. Sono centinaia che, da soli, in altri tempi come adesso, hanno trovato, secondo la necessità e il desiderio, la ‘simultaneità’, che unisce e combina la cosa vista e quella sconosciuta, la visione dell’occhio e la conoscenza dello spirito, l’interno con quell’esterno che cessa di nasconderlo». Senza voler troppo filosofeggiare ciò che non è dovuto, a stupirci resta comunque il primordiale disegno dell’artista, convinto nel restituirci tutti quei sogni infantili che ognuno di noi ritrova osservando le Moto-Moka.

 

17.06.2014