Biennale Architettura, le città son desideri…

0
38

Da De Lucchi a Natalini, da Navarra a Studio Albori, l’architettura come innesto sul preesistente
di Ludovica Niero

La città è frutto di un desiderio: sogna, muore e si rigenera secondo l’amore che le dedichiamo. Non molto diversamente dal nostro giardino di casa. E, come educati sistemi organici, i nostri panorami cittadini rileggono continuamente le proprie vicende attraverso chirurgiche operazioni di manipolazione. Perplessità sulle metafore agronomiche? Prova a convincervi Cino Zucchi, che ha scelto come titolo e tema Innesti/Grafting per raccontare l’anomala modernità del caso italiano. Il curatore del Padiglione Italia riassume così il suo punto di vista rispetto alla capacità dell’architettura di assorbire gli ultimi cento anni di storia: microatti precisi, deliberati, coraggiosi, ma anche fallibili e violenti. In una parola: umani.

Con la stessa raffinatezza con cui ama collezionare oggetti curiosi e citazioni di Paul Valery, Zucchi ha chiamato a raccolta una costellazione di circa un’ottantina di architetti per raccontare le più interessanti metamorfosi nelle nostre città. Sì, perché “l’Italia l’han fatta metà Iddio e metà gli Architetti”, disse Giò Ponti, ma nessuna superstar può vantare l’invenzione di un paradigma: per descrivere la nostra multiforme condizione c’è infatti bisogno di uno sciame di progetti.

Dalle Dolomiti con MoDus Architects a Siracusa con Vincenzo Latina, passando tra leggende note come Michele de Lucchi e Adolfo Natalini alla scena contemporanea con 2A+P, Baukuh, o Marco Navarra, gli architetti presentano il loro punto di vista sulla stratificazione della città. Per Giacomo Borella di Studio Albori “innesto può essere una definizione appropriata per qualsiasi architettura: ogni progetto, lo si voglia o no, va comunque ad inserirsi in un contesto preesistente”, infatti, puntualizza Beniamino Servino, “la città si costruisce con la quarta dimensione e si manifesta in due dimensioni”.

Ma a Venezia si parla di architettura, questa volta, non di architetti. Senza preferiti o esclusi, l’esposizione racconta un viaggio in Italia per immagini, quattro sezioni declinate attraverso altrettanti allestimenti, ognuno con le logiche della tesi che supporta. Da Milano e la sua Expo 2015, il quadro si espande per formare un complessivo originale ritratto di tutta la penisola letta come una continua successione di innesti organici.

Ma no, la chiave di lettura non è l’imposizione dogmatica della novità rispetto all’esistente. La tensione creativa si svolge infatti tra relazioni dinamiche: eccezione e norma, amicizia e ostilità, inclusione ed esclusione. L’idea di separazione in questa mostra non vuole il rigetto, piuttosto la continuità in un dialogo aperto. Paesaggi abitati che reinterpretano una storia, tra le mille succedutesi, per narrarne una nuova. Racconti che gli architetti hanno il privilegio di scrivere e i cittadini di interpretare. Ma chi comanda qui non è l’immagine, sono gli occhi.

 Guarda anche la videorecensione di Luigi Mascheroni “Storia dell’architettura italiana”

© Photos by Anna Livia Friel