Ministro Franceschini, i privati non fanno Cultura?

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Artbonus: i privati possono aiutare lo Stato, ma non possono aiutare altri privati

di Antonio Di Lascio

 

Il Consiglio dei ministri di giovedì scorso ha varato, su proposta del Ministro per i beni, le attività culturali e il turismo, il decreto legge “Nuove norme per la tutela del patrimonio, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo” ribattezzato dalla stampa “decreto Artbonus”. In attesa di leggere il testo integrale del provvedimento, dobbiamo limitarci a quanto dichiarato dal ministro Dario Franceschini, e riportato dagli organi di informazione, evidenziando le poche luci, le molte ombre e la gravi mancanze che caratterizzano le norme riservate ai beni culturali e allo spettacolo.

La misura più significativa è quella di incentivare fiscalmente le donazioni dei privati (mecenatismo) in favore della tutela dei beni culturali, con un credito d’imposta del 65% in tre anni. E’ una prima attuazione di quella sussidiarietà orizzontale prevista dalla nostra Costituzione, ma contraddittoria se limitata ai soli interventi destinati alla cultura “pubblica” (protezione e restauro di beni culturali pubblici, sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura pubblici, realizzazione di nuove strutture, restauro e potenziamento delle fondazioni lirico-sinfoniche e dei teatri pubblici). Perché escludere l’immenso patrimonio culturale non pubblico gestito stoicamente dai privati, che rende unica l’Italia e che rischia di essere per sempre confinato tra i tesori nascosti, o nell’oblio?

Questa visione “pubblicistica”, che si conferma con l’ennesimo intervento sul Grande progetto Pompei, dove nonostante il commissariamento continuano a ritardare gli interventi di ripristino e tutela (tanto da imporre ulteriori regole per velocizzare le procedure esecutive degli investimenti), e con il commissariamento della Reggia di Caserta per restituire il complesso alla sua originaria destinazione culturale e museale, testimonia una rigidità normativo-burocratica, che preclude un corretto rapporto tra “pubblico”, il cui compito è di tutelare e salvaguardare, e il “privato” la cui vera funzione è valorizzare e gestire il bene affidatogli dallo Stato.

Contraddizioni emergono anche dalle norme riservate al mondo dello spettacolo, con misure limitate al cinema e alle fondazioni lirico sinfoniche. Per il primo, si prevede un duplice intervento di carattere economico, elevando di 5 milioni sia il plafond annuo statale destinato al tax credit (115 milioni di euro), sia il limite massimo del credito d’imposta per le imprese che realizzano in Italia, utilizzando mano d’opera italiana, film o parti di film stranieri (10 milioni di euro), tentativo opportuno per attrarre investimenti esteri sul settore.

Per le fondazioni lirico sinfoniche si ricade invece nei consueti vizi, con l’incremento di 50 milioni di euro del fondo di rotazione per la concessione di finanziamenti, con l’assunzione del personale eccedente da parte di Ales SpA, società in house del ministero (è certo un ulteriore aggravio per l’erario), con l’ennesima previsione di forme organizzative speciali e con la trasformazione della denominazione della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma in Teatro dell’Opera di Roma Capitale per valorizzare e sostenere le attività operistiche nella capitale.

Si introduce ancora una norma a parziale rettifica o modifica di precedenti interventi legislativi (dal 1967, anno della legge musica, si contano oltre 40 provvedimenti tampone) che tenta di porre rimedio, senza successo ad una situazione prefallimentare che richiederebbe un diverso approccio metodologico e coraggio di osare.
Quello stesso coraggio presente in alcune omissioni strategiche del decreto legge e che invece caratterizza il contenuto di un altro provvedimento parallelamente in itinere: il famigerato decreto ministeriali per l’erogazione del Fondo unico dello spettacolo a teatro, musica, danza, circo e spettacolo viaggiante.

Apportando alcuni cambiamenti epocali, propri di una riforma legislativa, si appresta a modificare radicalmente il panorama artistico e imprenditoriale. Trincerandosi nella rivalutazione delle funzioni dei soggetti, persegue lo scopo di selezionare acriticamente e di favorire la concentrazione delle risorse su oligopoli pubblici, ledendo inesorabilmente il ruolo dell’intrapresa privata, dei tanti artisti e delle piccole iniziative che costituiscono l’humus culturale italiano. E che dire, infine, dei parametri per la quantificazione dell’intervento pubblico: sarà necessaria la laurea in matematica e in scienze statistiche e attuariali per comprenderli, ma basta il buon senso per capirne l’effetto devastante.

Non è finalmente giunta l’ora che la vera riforma dello spettacolo sia fatta in Parlamento, alla luce del sole e non nelle segrete stanze di un ministero dove la burocrazia imperversa sovrana?
Il decreto non è stato ancora firmato dal ministro e può essere ancora cambiato: fermiamo la “macelleria” culturale.

24.05.2014