La vaffa-song de Lo Stato Sociale

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“L’Italia peggiore”, l’invettiva sorridente della band bolognese

di Eleonora Corvatta

“A chi va tutto bene, sempre tutto bene, sempre solo bene, fanc…”. Questa volta a loro è andata molto molto bene e il singolo “C’eravamo tanto sbagliati” è in cima ai brani più scaricati da iTunes, sospinto da una sorta di flash mob collettivo. Così gli oltre ottantamila fans hanno accolto il ritorno de Lo Stato Sociale dopo qualche mese di assenza dai palchi. Con il vago senso di “scogliono” che li contraddistingue, i cinque principini indie hanno sonoramente buggerato “Happy” di Pharrel Williams – per un giorno, così, per sfregio – all’indomani del congresso del Nuovo Centrodestra conclusosi con il divertito balletto del neopresidente Alfano proprio sulle note del tormentone generalista.
“L’Italia peggiore” – la notizia è di due giorni fa – sarà distribuito dal 2 giugno, sempre veicolato dal colorato baraccone della Garrincha Dischi, casa discografica bolognese di cui i Sociali rappresentano i più freschi fiorellini all’occhiello.

Nel primo singolo estratto Lodovico (Lodo) Guenzi – biondissimo frontman del gruppo, munito di tutti i baffetti e i boccoloni del caso – snocciola 6:25 minuti di pura invettiva giambica. “C’eravamo tanto sbagliati” declina con indisciplinata disinvoltura il topos della vaffa-song, già ampliamente rodato nel primo LP “Turisti della democrazia”. Nel 2012 il collettivo emiliano esprimeva nella canzone manifesto “Mi sono rotto il cazzo” un giudizio rotondo e completo intorno alla loro generazione, irrimediabilmente inghiottita dai “fumi del barismo cordiale”. Ne usciva un catalogo fitto fitto e precisissimo dei tipi umani e delle situazioni che affliggono gli anni ‘10: le “signorine che vogliono fare un sacco di cose ma non ne sono in grado e se ne accorgono tardi”, il kit “per emanciparsi” (comprensivo di reflex, lezioni di yoga e affitti ingiustificati) addebitato a fine mese sul conto di papà, la geometria politica non euclidea “del facciamo quadrato nel grande centro nei girotondi del partito dell’amore del governo ombra”, la cogenza di essere “lavoratori flessibili come ergastolani in tournée ma molto più sorridenti”. Li ritroviamo oggi, sempre sorridentissimi ma un pelo più impegnati, con in mano, al posto del bisturi dalla precisione chirurgica al quale ci avevano abituati, un machete col quale aggredire mezzo mondo o quasi.

La cifra stilistica della banda bolognese è incarnata dalle scritte sbagliate sui muri: queste miracolose epifanie spontanee dell’italico cazzeggio – contemplate come feticci e diffuse viralmente dai fan sui social – sono elevate a letteratura di riferimento, a inesauribile patrimonio gnomico cui attingere efficacemente concetti appuntiti e significati inaspettatamente profondi. Inseguendo una simile immediatezza comunicativa, le parole corrono a velocità vertiginosa in equilibrio sugli scheletrici arrangiamenti (molto synth ma sufficientemente pop) per andare a tratteggiare il basso profilo del giovane medio appiattito sullo stereotipo, che “dice ‘all’estero è tutto meglio’ e lo trovi sempre qui a lamentarsi” e che “non alza mai la testa se non per annuire” godendosi “la libertà di pagare a rate tutti i piccoli diritti da schiavo”.

Questo non è che un assaggio de “L’Italia peggiore”. Aspettiamoci pure di peggio. Ma senza dimenticare che non ci vuole poi troppa fantasia per ammettere che questa Italietta piccola e meschina tanto “somiglia alla parte di me che odio e non se ne va”.

 

01.05.2014