Il non-luogo e il non-tempo del “Kaspar Hauser”

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Raccontare una leggenda nel Terzo millennio

di Pedro Armocida

Se c’era un modo per raccontare nel Terzo millennio il mito ottocentesco di Kaspar Hauser, il “fanciullo d’Europa” comparso all’improvviso in una piazza di Norimberga nel 1828 su cui sono stati scritti migliaia di libri e Werner Herzog girò nel 1975 “L’enigma di Kaspar Hauser”, questo è quello trovato da Davide Manuli nel suo capolavoro “La leggenda di Kaspar Hauser” ora in uscita in dvd Cecchi Gori Home Video.

Il regista, che già in precedenza aveva mostrato tutta la sua forza creativa con un altro lavoro straordinario come “Beket”, ora riutilizza questi stessi stilemi per raccontare la nuova storia di Kaspar Hauser naufragato misteriosamente su una spiaggia. Che si tratti del “fanciullo d’Europa” lo possiamo capire dal fatto che il nome ce l’ha tatuato sul petto. Ma di più non è possibile sapere. Manuli, per nulla interessato agli appigli storici della vicenda – Kaspar Hauser è stato riconosciuto come un rampollo principe del Baden vittima sacrificale di intrighi dinastici – gioca tutto sull’ambiguità del personaggio, interpretato da una donna androgina come Silvia Calderoni, strepitosa performer, lavorando sulla sottrazione della storia e dei personaggi che, non a caso, hanno nomi archetipici dell’immaginario moderno. Ecco quindi la Granduchessa, il Prete, il Pusher, la Veggente, lo Sceriffo e il Drago. Ad interpretarli uno stuolo di importanti attori come l’americano Vincent Gallo che parla a monosillabi, la nobildonna Claudia Gerini, la modella Elisa Sedanoui, il sacerdote Fabrizio Gifuni. Ma il regista, anche in questo caso, gioca a privarli del senso che si portano dietro dalle precedenti interpretazioni. E’ come se qui ridiventassero degli esordienti. Tutto in “La leggenda di Kaspar Hauser” è così nuovo che anche la Sardegna della penisola del Sinis appare talmente atavica da essere mai vista.

Poi, siccome Manuli fa cinema sul serio, ecco che il film girato in un ‘nuovissimo’ bianco e nero (le sue sono state le ultime copie sviluppate in pellicola in Italia senza colore) è pieno della musica del francese Vitalic. Che, al contrario dell’onnipresente musica da sfondo dei film italiani, è veramente uno dei protagonisti del film. “Ambientato – dice il regista milanese – in un non-luogo e in un non-tempo, adottando le influenze che io prediligo: Western, surreali, modern-tecno e post-atomiche al tempo stesso”.

21.04.2014