“Piccola Patria”: via dal Nordest

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La storia di due ragazze in fuga dalla provincia operosa

di Pierpaolo De Mejo

 

Un estate calda e soffocante nella provincia del Nordest italiano. Tra rigurgiti indipendentisti e istinti xenofobi, due ragazze sognano di fuggire dal piccolo paese in cui sono cresciute, tra feste di paese e raduni politici, famiglie sfinite e nuove generazioni di immigrati presi di mira. Luisa (Maria Roveran) è piena di vita, disinibita, trasgressiva. Renata (Roberta Da Soller) è oscura, arrabbiata, bisognosa d’amore. Il loro racconto parla di un ricatto, di un amore tradito, di una violenza subita, del rischio di perdere una parte preziosa di sé, di perdere chi si ama, di perdere la vita.

Uscirà il prossimo 10 aprile nelle sale italiane “Piccola patria”, primo lungometraggio di finzione del documentarista Alessandro Rossetto (classe ’63). Già presentato in concorso nella sezione Orizzonti della 70esima Mostra di Venezia e in prima internazionale al Festival di Rotterdam, il film (prodotto da Arsenali Medicei e Jump Cut, e distribuito da Istituto Luce Cinecittà) è stato realizzato grazie al contributo del MIBACT e al sostegno di Regione Veneto, BLS – Business Location Sudtirol Alto Adige, Trentino Film Commission e Friuli Venezia Giulia Film Commission. “Il mio approccio al film è stato molto fisico” – racconta il regista – “Partendo da una sceneggiatura pronta ad essere distrutta, ho voluto creare un vortice che legasse improvvisazione e osservazione, ricerca e creazione dei personaggi. Le due protagoniste vogliono fuggire da una cultura del lavoro che è quella del cercare di far soldi e spesso non riuscirci, via dalla banalità di vite votate al sacrificio e al silenzio, via dalla rabbia che la mancanza di sogni scatena”.

Alla base di questo desiderio c’è il conflitto tra due mondi: quello vivo, sensuale e libero degli adolescenti e quello inerte e rassegnato degli adulti. Ma qualcosa li accomuna: una zona oscura, una memoria che segna la carne delle ragazze e che resta non detta. Il sesso che l’una usa per prendersi gioco del mondo, per sfuggire alle falsità del conformismo, è per l’altra il mezzo per riscattarsi dalla meschinità e dalla violenza, il pretesto per vendicarsi. Il gioco amoroso, amicale e sessuale assume col tempo i contorni tragici di una realtà che perde per sempre spontaneità e innocenza. Interessante la scelta musicale: canti corali alpini di Bepi De Marzi (connubio stridente quello generato dall’incontro tra musica tradizionale e immagini contemporanee), due brani della Roveran e tema principale del film di Alessandro Cellai e Paolo Segat.