Baby K: la femmina alfa del rap

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Contro le quote rosa nella musica.

di Simonetta Sciandivasci

Quello che le donne non dicono, ma vorrebbero: rose; nuove cose; un altro sì; il carcere per chi chiede “ma tu, da donna, come vivi il tuo lavoro?”. Baby K, clorofilla del rap italiano di seconda generazione, ha perso il conto di quante volte ha risposto a domande così. L’algebra post femminista, responsabile di aberranti egualitarismi tipo le quote rosa, unita al politicamente corretto, ce l’ha servita con le solite, scadute salse: la ragazza che tinge l’hip hop di rosa, rapper nonostante sia donna, donna nonostante sia rapper e bla bla.

Certo, quando su Baby K si sono accessi i riflettori, lei cantava di essere una femmina alfa e che questo la inscatolasse in discorsi di genere era inevitabile. I suoi testi sono carichi di girl power, acume da donna, ogni tanto saettano contro i maschietti – soprattutto quelli che “hanno le sopracciglia più curate delle mie” – ma in generale se la prendono con le categorie, anzi con l’esigenza di categorie. “Per me ha senso solo parlare di persone”, dice quando racconta quanto sia difficile spiegare ai giornalisti che sì, lei è la femmina alfa, la dura (“davanti a donna con le palle crollerebbe qualsiasi gentiluomo” dice Jep Gambardella ne “La Grande Bellezza”, in un’epica scena di autocoscienza radical chic: Baby K non usa mai quell’espressione), ma non si sente più una donna sola in un mondo di uomini, anche se lo ha cantato. Si sente una persona e, se deve rivendicare un talento, vuole avere davanti una giuria imparziale, che glielo accrediti perché lo merita. Ecco perché non crede nelle quote rosa, ritiene che esista una questione femminile e che nella battaglia da combattere vadano arruolati tanto le donne quanto gli uomini. “Sarebbe ancora più d’impatto se il ministro delle pari opportunità fosse un lui”, immagina.

Insomma, Baby K dei maschi si fida perché si fida delle persone – non come Lily Allen, che in questi giorni arroventa i tabloid inglesi, accusando di sessismo l’industria discografica inglese (“troppi maschi!”). A scoprirla, tra gli altri, è stato Dj Squarta, maschio e istituzione dell’hip hop romano; il suo primo album (Una Seria, 2013) lo hanno prodotto due signori, Tiziano Ferro e Michele Iorfida; il suo ultimo singolo lo canta con Fabri Fibra. È un maschiaccio? È spregiudicata? Ma quando mai. Per lei la verginità è un valore, la delicatezza pure e la pudicizia, legata all’intelligenza, è un’arte. Chi lo avrebbe detto che proprio lei smentisse l’equazione “femmina rapper= debosciata”? Ah, quanti scemi ci sono tra gli intelligenti. Baby K sa che le donne dell’hip hop, in Italia, sono poche solo perché il genere è in via d’affermazione e non certo perché sia sessista. Quando tutti ne sapremo di più, smetteremo di stupirci se una ragazza strippa? Impareremo anche che l’hip hop è nato per accompagnare le feste di quartiere e che si tratta di un genere trasversale che non fa distinzioni tra impegno e leggerezza? Speriamo. Per ora, impariamo almeno che il talento è come gli angeli, non ha sesso.