Lorenzo Puglisi: muri bianchi, tele nere

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Ritratti che appaiono dall’oscurità come ectoplasmi fatti di pennellate vigorose.

di Angelo Crespi

Da Biella a Bologna, passando per Londra, Amsterdam, Miami. In mezzo, ha fatto un po’ di tutto: parcheggiatore, lavavetri, imbustatore per le provviste dei carcerati inglesi. Adesso, a 42 anni, in un garage poco fuori dalla città, sembra aver trovato il suo rifugio/studio. Dove il freddo è glaciale, i muri sono bianchi scrostati e le tele irrimediabilmente nere. D’altronde il limite in pittura è il nero, poiché dal nero si accampano le figure e prendono vita, così almeno dalle pitture pompeiane, passando per Caravaggio e Goya, fino ai giorni della fotografia in b/n, per cui le ombre sono altrettanto importanti delle luci.

A questo principio si ispira la ricerca di Lorenzo Puglisi che verrà presentata in catalogo, sabato 29 marzo ore 16.30, negli spazi di villa Reale Teatrino di corte Monza: ritratti che appaiono dall’oscurità, quasi ectoplasmi ma di materia solida, fatti di pennellate vigorose, che acquistano forza proprio in un confronto con lo sfondo anodino. E più che una riduzione dal colore all’incolore, uno svanimento, sembrano, al contrario, presi nel momento del loro prepotente farsi, quando l’essere vince sul nulla e le cose prendono definitiva forma.

Dunque è una nascita e non una morte, quella proposta da Puglisi, che in un rimescolarsi di ricordi, una sorta di biografia dell’inconscio, segue una personale ossessione: la comprensione del mondo sul limitare del nero, sul “confine” che è un’apertura verso qualcosa d’altro, e non una chiusura di quello che è stato. E non importa il richiamo costante alle trasfigurazioni di Bacon, ritratti in perenne mutazione e senza identità sicura; Puglisi a suo modo riflettendo sul maestro inglese fa un passo ulteriore verso una destinazione ancora sconosciuta.

L’analisi sul volto umano, sul disfacimento o sulla riconferma delle fattezze a noi familiari, accomuna tanti giovani pittori contemporanei che, pur distanti nella partenza e nelle soluzioni, sembrano agire sotto impulsi simili, di una sorta di terzo espressionismo che indaga (in forma anche grottesca ma mai ironica) sulla condizione umana. Pensiamo al rumeno Adrian Ghenie e alle sue metamorfosi baconiane, o ai volti corrosi dell’inglese Justin Mortimer, fino ai visi del più raffinato Nicola Samorì che, partendo da una pittura classicheggiante, li stravolge poi con colate e sovrapposizioni quasi a demistificare la tradizione a cui pure si appella.

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