I balocchi dark di Nicoletta Ceccoli

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Nei dipinti dell’artista pop surrealista l’infanzia non è tutta rose e fiori.

di Clelia Patella

Uno dei movimenti artistici più in voga dell’ultimo decennio è il cosiddetto Pop Surrealism, altrimenti noto come arte “Lowbrow”. Quest’ultimo termine suona spregiativo (in inglese significa più o meno “di basso livello”, nel senso di carente di gusto e di valore intellettuale), ma – come già accadde per l’impressionismo – ha finito per trasformare la propria accezione. E, di fatto, pare piuttosto difficile bollare di scarsa profondità la maggioranza degli artisti emersi nell’ambito di questa scena. Una scena della quale Nicoletta Ceccoli, sanmarinese di nascita e italiana di formazione, è indubbiamente una notevole protagonista.

Formatasi all’Istituto d’arte di Urbino, nel contesto del fiabesco e bellissimo Palazzo Ducale – che contribuirà non poco al consolidamento di certo immaginario della pittrice – la Ceccoli inizia il proprio percorso come illustratrice di libri per l’infanzia. E il Palazzo Ducale, sede all’epoca dell’Istituto per l’Illustrazione e la Decorazione del Libro, è il luogo ideale per sviluppare la passione per i libri di fiabe illustrati che la accompagna sin da bambina. Col passare degli anni, però, sente il bisogno di esprimere più liberamente sé stessa, le proprie ansie e il proprio “lato oscuro” – e con esso la sua nemesi, ovvero il sogno infantile che perdura nell’adulto e che – per dirla con Zolla – è la chiave necessaria per riuscire a condurre una vita illuminata e libera. Nicoletta inizia quindi a dedicarsi esclusivamente alla pittura, priva dei vincoli narrativi e “commerciali” che la professione le imponeva, pur restando legata – anche se in chiave personale – alla sfera dell’infanzia, del surreale e della fiaba. Questi, gli elementi decisivi che contribuiscono a delinearne l’estetica e la poetica, insieme alla passione per il cinema e per il Mito.

L’utilizzo degli elementi nelle opere della Ceccoli non ha generalmente una valenza concettuale, né meramente estetica, ma piuttosto sentimentale: com’è tipico del ricordo del bambino. Simboli spesso ricorrenti, quali bottoni, dadi o giocattoli hanno la propria origine nelle memorie della pittrice: anzi, i giocattoli raffigurati sono effettivamente i suoi. Talvolta si ritrovano però delle allegorie, come nel caso dei recenti lavori in cui le sue bambine divorano dolci o ortaggi antropomorfi. Queste figure paiono rivelare un discorso sulla voracità che riporta direttamente al concetto di odio-amore. Uno dei gesti istintivi più forti verso ciò che si ama e al contempo si odia è probabilmente proprio il desiderio di divorarlo; questo vale per le situazioni come per le persone, per il partner, per il cibo stesso con cui queste figure vengono identificate.

Seppur sia naturale collocare la Ceccoli nel contesto della corrente Pop surrealista – evidenti sono le analogie con i lavori dei vari Mark Ryden, Ray Ceasar, Marion Peck -, ad una lettura più attenta non è difficile porne l’ispirazione al capo dello stesso filo che unisce una serie di indagatori del surreale, del sogno e del mito, che dal surrealista ante litteram Bosch passa attraverso Remedios Varo o Leonora Carrington. D’altronde, il pop surrealismo – più che un effettivo “movimento” – rappresenta probabilmente una fase storica in cui i concetti apparentemente inconciliabili di “surreale” e di “popolare” (che si occupa di cose assolutamente reali) si sono incrociati e contaminati, rivelando di essere le due facce di una stessa medaglia. Sarà interessante vedere il percorso degli artisti lowbrow nei prossimi anni, con la ragionevole fiducia che quello della Ceccoli sarà particolarmente ispirato. Attualmente Nicoletta sta lavorando ad una nuova mostra che si svolgerà il prossimo novembre a New York. Nel frattempo, sta per uscire per l’editrice Logos il suo nuovo libro, “Daydream”, contenente i suoi lavori più recenti.