Tra violenza e attesa: il calapranzi delle angosce

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Il dramma metafisico di Harol Pinter in scenza allo Spazio Tertulliano di Milano.

di Marianna Venturini

L’attesa di un ordine, di un comando o di una decisione fatale può trasformarsi in angoscia, se amplificata al massimo.
Vive di questa incertezza incalzante “Il calapranzi”, atto unico scritto da Harold Pinter e portato in scena dal regista Antonio Mingarelli allo Spazio Tertulliano di Milano fino al 24 gennaio.

Dalla luce tremebonda che da inizio alla pièce, lo spettatore si trova in una stanza inospitale e malamente arredata. All’interno si muovono due killer professionisti, interpretati da Alberto Onofrietti e Fabrizio Martorelli, che attendono di sapere chi sarà la loro prossima vittima. 
A compromettere le consuetudini del loro lavoro ci pensa una misteriosa e impalpabile minaccia che si concretizza in un calapranzi. L’ordine di morte diventa per paradosso un’ordinazione alimentare e lo smarrimento dei protagonisti si traduce in una tensione palpabile.

I personaggi di Pinter sono isolati e aggressivi, rinchiusi in una claustrofobica stanza senza finestre. I due uomini sono incapaci di trovare delle verità inconfutabili, dunque rimangono privi di un sostegno per i loro pensieri. Onofrietti e Martorelli portano all’esasperazione la tensione scenica fino a farla diventare statica.

Perfino il linguaggio sfugge al loro controllo quando s’interrogano su come si debba usare una certa espressione. Le paure aumentano tra battibecchi e silenzi fino ad arrivare quasi allo scontro fisico. Col passare del tempo l’attesa tormentata diventa il fulcro di un’incertezza totale, scandita dal ticchettio incessante di un orologio.

Il testo di Pinter alterna le legittime attese dei killer con un’angoscia del tutto irrazionale. Questa minaccia immaginaria si rafforza con il coinvolgimento degli spettatori, incalzati dall’interpretazione dei due attori. Allo stesso tempo la sala è in grado di cogliere un distacco ironico che sul palco risulta quasi soffocato. 
La pièce è stata scritta da Pinter nel 1959 e si presenta ancora una volta di un’attualità rara per l’inquietudine che è in grado di trasmettere. 
La regia di Mingarelli conclude lo spettacolo con parecchi dubbi irrisolti, lasciando che il sipario cali su un dramma ormai manifesto.