Offstage: quando il teatro è la salvezza del carcere

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Il regista Francesco Cinquemani prepara un documentario sulla compagnia teatrale del penitenziario di Rebibbia.

di Pedro Armocida

Prima di emettere sentenze sul mondo del carcere, magari trascinati dalle notizie di cronaca quotidiana, varrebbe la pena di conoscerlo un po’ meglio. Così un film come “Offstage” di Francesco Cinquemani, orgoglioso di utilizzare la parola documentario per il suo lavoro, aiuta a far capire che tutto è molto più complesso. Perché poi, ovviamente, esistono le persone. Che hanno certamente inflitto del male, e per questo stanno scontando la loro pena, ma che possono tendere a essere rieducati proprio come recita l’articolo 27 della Costituzione. Così il lavoro di Cinquemani, che lo sta concludendo in questi giorni con le sue 400 ore di girato prima di portarlo nei festival e in tv, si concentra sulla più antica istituzione teatrale carceraria italiana nell’oasi felice del romano penitenziario di Rebibbia, quella “Compagnia stabile assai” di Antonio Turco che abbiamo visto agire ai massimi livelli nel fortunato film di Paolo e Vittorio Taviani “Cesare deve morire”.

“Tutto è iniziato – spiega il regista – quando ho conosciuto Antonio Turco che fa l’educatore in carcere da 40 anni. Pensavo di tirarne fuori dei soggetti per film di finzione. Poi invece quando ho incontrato gli attori detenuti alle prove del loro spettacolo ho avuto la folgorazione. Avevano storie e percorsi che andavano raccontati. Così li ho intervistati, in stile giornalistico, seguendo la teoria di Rossellini che diceva: “Se vedo una bella inquadratura in uno dei miei film la taglio”.

Ma le inquadrature del doc di Cinquemani sono molto significative, iniziano con alcune immagini di Roma che sembrano uscite da “La grande bellezza” di Sorrentino ma che sono immediatamente spezzate dall’ergersi della muraglia del carcere. Lì dietro c’è un altro mondo. Che viene raccontato dalla voce e dal volto di cinque detenuti (Cosimo Rega, Giovanni Arcuri, Aniello Falanga, Renzo Danesi, Salvo Buccafusca) tutti a lunga permanenza, chi con 30 anni di carcere, chi con “fine pena mai” per delitti di Mafia, Camorra e poi Banda della Magliana, traffico internazionale di droga. Per loro il teatro, anche se “è una bestia dura da ammaestrare”, è stata la salvezza. Un po’ come capita paradossalmente anche a Rocco Duca, 36 anni di servizio, l’unico agente di polizia penitenziaria che recita con i detenuti: “Per un’ora e mezza smettiamo di giocare a guardie e ladri. Quando usciamo fuori dal carcere i detenuti si trasformano, diventano più affabili, più generosi”.