Il duro viaggio delle donne di Srebrenica

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Giuseppe Carrieri propone un film crudo “In utero Srebrenica” sulla guerra in Bosnia.

di Andrea W. Castellanza

“In Utero Srebrenica” già dal titolo non fa sconti allo spettatore: nessuna retorica, nessuna considerazione geopolitica, nessun approccio religioso. Il regista Giuseppe Carrieri racconta con un poetico e crudo bianco e nero la storia delle madri di Srebrenica in Bosnia, a cui la guerra nel 1995 ha cancellato figli e mariti, portati via dalle milizie di etnia serba e mai ritornati.
Il dolore delle donne, private di una generazione intera di uomini, ora si riduce, a quasi vent’anni dal conflitto, alla ricerca di qualche osso nei boschi ancora infestati dalle mine. In un farneticante e commovente atto d’amore, ciascuna di loro è convinta di poter riconoscere i resti dei propri cari, anche contro il parere della scienza medica.

Un progetto internazionale, utilizzando i moderni principi della patologia legale, cerca di aiutare queste madri e mogli, restituendo loro almeno una tomba su cui pregare. Carrieri è incisivo come non mai nel far raccontare da visi rugosi e stremati da vent’anni di sofferenza l’amore spinto ai limiti, il ricordo straziante, l’attesa vana. “In Utero Srebrenica” ha portato questo ventottenne regista italiano al successo in molti festival internazionali dove il film è stato giustamente onorato da importanti menzioni e premi, ad iniziare dal Bellaria Film Festival fino all’Al Jazeera International Documentary Film Festival ed al Festival del Documentario di Asilah in Marocco, con partecipazioni anche in Francia a La Rochelle e al prestigioso Cinemed di Montpellier.

Carrieri racconta: «Una serie di fortunati incontri ci ha portato in Bosnia a cercare di fare un film di ricerca sul tema della figura femminile, della maternità nel senso più spietato del termine, perché essere madri è tanto gentile quanto aspro».
Il regista predilige scenari orientali con opere che spaziano dall’India allo Sri Lanka, in una ricerca spesso associata alla forza di personaggi femminili, che lo rende uno dei più interessanti talenti della documentaristica italiana; forte da parte sua è la rivendicazione della curiosità e della casualità come motori della ricerca narrativa, guidata dai luoghi e dalle persone: «Io concepisco l’idea documentaria preferibilmente come storia di un protagonista forte in mezzo a un paesaggio debole. Sono molto imprevedibile nella gestione delle “mie” storie, visto che la migliore medicina della mia produzione è appunto il caso. Non so se tutto ciò crei merito al documentarista, ma di certo non potrei smentire questo fattore che mi ha portato a trovare mondi degni di essere raccontati»