Il compagno di tennis inchiodato alla croce

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La forza della pittura di Bernardo Siciliano in mostra a Palazzo Te a Mantova.

di Angelo Crespi

Il Cristo appeso, legato a una croce disegnata, nudo, lo sguardo basso, prima ancora di essere esposto già destava inquietudine nelle persone che lo avevano intravisto in foto, tanto da suggerire che non fosse l’immagine portante della mostra in corso a Palazzo Te a Mantova (fino al 10 gennaio) come era successo un mese prima a New York. E questa prudenza nasce, nonostante la tradizione cristiana ci abbia abituato da secoli all’iconografia del corpo offerto al martirio; forse perché essa rimane al fondo scandalosa. Pensiamo al Cristo di Grunewald strapazzato nel suo dolore, piagato, le mani inchiavardate, i piedi dilaniati. Oppure al Cristo coronato di spine del Beato Angelico, gli occhi iniettati di sangue, le gocce rosse che scivolano sul volto, sembra che ci guardi supplicando pietà. Ancora oggi suscitano in noi forte emozione e reazione.

In verità, come dice il titolo dell’esposizione (The tennis player), Bernardo Siciliano, da diciassette anni emigrato negli States, ha ritratto il proprio compagno di tennis newyorkese, inchiodandolo in una posa tipica della tradizione occidentale che più classica non si può. Non c’è nessun intento dissacratorio, nessuna volontà di esasperare la “passione”. Neppure la nudità è sovraesposta. Eppure l’inquietudine resiste in chi osserva la tela di Bernardo Siciliano per la prima volta, un’inquietudine maggiore rispetto anche a quella che suscitano molte opere contemporanee create apposta con l’intento di sferzare lo spettatore e che invece, spesso, al di là di una misera provocazione istantanea, non lasciano niente (pensiamo al Papa colpito da un meteorite di Cattelan, oppure alle carcasse di mucca crocifisse da Damien Hirst). Credo sia la forza della pittura e la sua urgenza, una forza dirompente, antifrastica rispetto alla società delle immagini che tutto rode nel flusso perpetuo di fotogrammi sempre più virtuali, la forza di persistere, di essere altro rispetto al reale, di rispecchiarlo senza esserne fagocitata, di trascenderlo.

E qui sta il segreto di Bernardo Siciliano, figlio dell’indimenticato scrittore e critico letterario Enzo che era sodale di Pasolini e Moravia, nipote del grande architetto Concezio Petrucci, ovvero la capacità di restituire il reale attraverso la finzione dell’arte: un lavoro che si fa acuto soprattutto nei ritratti nei quali la sua tecnica si esalta fino al limite della rappresentazione.