In Terzo tempo il rugby metafora della vita

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L’opera prima del giovane Enrico Maria Artale ha come sfondo il nobile mondo del rugby.

di Ferruccio Gattuso

Una passione nata grazie al terremoto. Messa così potrebbe suonare male ma, in fondo, è la pura verità. La febbre per il gioco del rugby nacque in Enrico Maria Artale, giovane regista al suo esordio nelle sale con il lungometraggio “Il Terzo Tempo” (in uscita il 21 novembre) nel 2009 “quando – dice – realizzai, subito dopo il terremoto, un documentario sull’Aquila Rugby, squadra che ha vinto il maggior numero di campionati italiani. Dopo aver visionato il mio lavoro, intitolato ‘I Giganti dell’Aquila’, la società di produzione del centro Sperimentale di Cinematografia di Roma mi propose di realizzare con Alessandro Guida un soggetto che parlava di ragazzi, riscatto e rugby. Accettai con entusiasmo”. Da quell’idea basilare, Enrico Maria Artale insieme a Luca Giordano e Francesco Cenni lavorarono alla storia de “Il Terzo Tempo”, presentato all’ultimo Festival di Venezia e oggi giunto alla prova del botteghino. Il giovane regista romano, classe 1984, ha già nel suo verde palmares un Nastro d’argento vinto nel 2012 per il cortometraggio intitolato “Il respiro dell’arco”, ma la prova del lungometraggio è, ovviamente, quella del nove. La storia de “Il Terzo Tempo” ruota attorno a un ragazzo difficile di nome Samuel (Lorenzo Richelmy), la cui giovane vita è trascorsa fino a quel momento tra microcriminalità e case di correzione, senza il minimo supporto da parte dei genitori, dal momento che la madre è tossicodipendente e il padre è, semplicemente sconosciuto. Quando il magistrato di sorveglianza decide di concedere a Samuel un’occasione in regime di semilibertà, il ragazzo si vede catapultato in una nuova realtà: lavora come operaio in un’azienda agricola da qualche parte nella provincia laziale, sotto lo sguardo, a dire il vero non troppo attento, di un assistente sociale insoddisfatto e problematico: è Vincenzo (Stefano Cassetti), ex campione di rugby indurito dalla morte della moglie e dalla difficoltà di dover crescere da solo una figlia adolescente (Margherita Laterza). L’intuizione di Vincenzo, dopo una serie di scontri caratteriali con il giovane Samuel, è quella di fargli provare le durezze, ma anche le gioie, del campo. “Il rugby non ha regole, ha leggi”. Che sono poi quelle della solidarietà fra i compagni, del rifiuto dell’egoismo personale a vantaggio del bene supremo della squadra e della vittoria. E poi, come no, c’è anche quel famoso “terzo tempo”, il momento in cui vincitori e vinti delle due squadre vanno a bere e cantare insieme nel post-partita. Non senza iniziali scontri e incomprensioni con l’allenatore che lo prepara duramente, con i compagni di squadra e con sé stesso, Samuel troverà nel rugby una via d’uscita. Una storia positiva, che Enrico Maria Artale spiega così: “La palpitazione giovanile di chi sente, per la prima volta, che le cose possono veramente cambiare. Così, penso, il film sportivo, il film sociale di derivazione carceraria, la commedia sentimentale [c’è anche una storia d’amore, ndr] e il dramma familiare, si intrecciano indissolubilmente in un racconto dove ogni personaggio è segnato da un conflitto interiore”. Per il giovane Lorenzo Richelmy una prova non facile, passata anche dagli allenamenti sportivi: “Ho iniziato a cimentarmi col rugby con largo anticipo rispetto alla data di inizio riprese – ha spiegato l’attore, apparso sullo schermo già in “100 metri dal paradiso” di Raffaele Verzillo – Mi allenavo quattro volte a settimana, per quattro mesi mi sono svegliato ogni giorno alle sei e mezzo del mattino, ho bevuto tre uova crude e ho corso per un’ora”. E poi ha fatto meta.

 

“Il Terzo Tempo”, regia di Enrico Maria Artale, con Lorenzo Richelmy, Stefano Cassetti, Stefania Rocca, Distribuzione Filmauro, uscita 21 novembre