Emoziona questa Marilyn (inquietante e contradditoria)

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Sul palcoscenico vuoto si disegnano due cubi di un abbagliante color bianco. Marilyn mon amour di Cinzia Spanò comincia, come in un Amleto spoglio di ogni artificio, nel container di un teatro da camera dove il colore asettico del nulla si muta, oltre che nello specchio dell’anima in cui si riflette il monologo continuamente interrotto della protagonista, nella tinta evanescente del lutto che l’aristocrazia del potere come il comandamento della Chiesa riserva alle regine.
Un’impressione che subito dopo viene confermata dall’irruzione sul palco della ‘dumb blonde’ che continua a regnare nei nostri sogni tutt’uno a una comprimaria destinata a fungerle da pubblico: non un muscoloso becchino ma una sorprendente becchina. Grazie alla quale, spalancati i coperchi, i cubi diventano le fosse nelle quali troveranno riposo da un lato la spoglia di Marilyn come dall’altro (presumibilmente) quella del suo doppio. Che non siamo destinati a scorgere, ma immaginiamo possa essere quella di Norma Jean. Ovvero la bambina, figlia di padre ignoto e generata da una ragazza-madre in preda alla follia, destinata a mutarsi sotto l’occhio implacabile del riflettore nell’immagine flou, ma eternamente presente, di Miss Monroe. Il testo dell’ autrice che punta sulla verosimiglianza delle circostanze con puntuale esattezza non sposa la tesi dell’assassinio, truccato da suicidio, della diva. Che, considerata una mina vagante sia agli occhi di John che a quelli di Robert Kennedy, i fratelli di cui in rapida successione fu l’amante, minacciava di scatenare un putiferio politico di vaste proporzioni con le promesse rivelazioni annunciate in una conferenza stampa da lei indetta – guarda caso – solo a pochi giorni di distanza dalla sua scomparsa. Ma abbonda invece di deliziose citazioni attribuite all’attrice. Come, ad esempio, una delle ultime (“Il mio involucro invecchia, ma io devo ancora nascere”) che getta una luce inquietante sul suo ego, di continuo turbato dalle intromissioni dello psichiatra.
Se non dall’assiduo, e monomaniaco controllo, esercitato sulla sua psiche sconvolta da Lee e dalla moglie Paula Strasberg rispettivamente direttore e insegnante del celebrato Actors Studio. Che Marilyn frequentò divenendo in seguito plagiata dalla coppia in modo esorbitante, ben oltre la sfera professionale. Silvia Giulia Mendola, interprete della spinosa contraddittoria personalità della massima icona di Hollywood (oltre che regista, con Chiara Petruzzelli, di questo show intelligente quanto inquietante), conferisce a Marilyn una maschera insieme ingenua ed eccentrica degna dell’immagine continuamente sfuggente della diva. In un ritratto toccante che sollecita l’emozione della platea.

Marilyn mon amour, di Cinzia Spanò, regia di S.G. Mendola e Chiara Petruzzelli. Con Silvia Giulia Mendola e Elena Rolla. Milano, Franco Parenti, fino al 26 novembre.

1 commento

  1. Complimenti per l’iniziativa vi ho già inserito tra i siti preferiti

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