Quell’inedito cortometraggio nella camera del “Riverbero”

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Riverbero, il progetto di MYBOSSWAS, un collettivo torinese il 9 novembre al Roma Film Festival

di Pedro Armocida

Film di confine. Da un patrimonio di saperi di una quindicina di giovani nasce il cortometraggio Riverbero firmato dal collettivo torinese MYBOSSWAS. “Siamo tutte persone – spiega il portavoce Giorgio Ferrero, 33 anni – al confine di diverse discipline ma unite dal fatto di essere la prima generazione ad esprimere veramente il passaggio dall’analogico al digitale”. Una rete di registi, fotografi, musicisti, grafici, artisti uniti dall’idea che l’unico Boss/Capo sia l’idea ispiratrice del progetto”. Che, nel caso di Riverbero, ha già ottenuto un riconoscimento importante perché è stato appena selezionato in concorso nella sezione “CinemaXXI” dell’imminente Festival Internazionale del Film di Roma (il 9 novembre la proiezione).

Il corto è stato girato in parte all’interno dell’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica di Torino dove è presente una camera riverberante. È il professor Andrea Pavoni Belli a spiegare l’uso di questa grande stanza con superfici bianche e mai ad angolo retto: “Le pareti non parallele fanno in modo che il così detto ‘raggio sonoro’ non viaggi da una parete all’altra con tempi sempre uguali ma faccia percorsi più lunghi. Questo serve a misurare l’assorbimento acustico delle poltrone da teatro, delle tende dei cinema o la potenza sonora di oggetti quali la lavastoviglie”.

La macchina da presa, mai statica, prima si muove con inedita eleganza e bellezza per alcuni interni – proprio con gli elettrodomestici d’uso comune ‘riverberati’ – per poi uscire, mostrare gli alveari di palazzine torinesi vintage anni ’70 e finire nell’edificio che ospita la camera riverberante costruita su molle per impedire l’accesso a vibrazioni esterne. La fotografia è diafana e glaciale. Come i luoghi. Dove la musica inizia a muoversi, letteralmente. Ecco il “dialogo tra l’elevazione estetica, quasi sacra, di una suite musicale inedita scritta per canne d’organo soffiate, campane, pareti percosse e voci umane all’interno della camera, e la totale freddezza matematica del suo ‘sacerdote’”. Non a caso il corto è dedicato a Wallace Clemente Sabine, fisico statunitense tra i più grandi studiosi dell’architettura acustica a fine ‘800. Mentre oggi è un suo ideale ma realistico discepolo, l’ingegnere Pavoni Belli, a raccontare di quella stanza meravigliosa e sconosciuta con la bellezza dello scienziato innamorato della purezza della tecnica.